Grazie professor Bauman

C’è un momento, in cui lo scrittore e il lettore si incontrano.

È quel preciso istante in cui lo scrittore posa la penna, rilegge quello che ha scritto e pensa: “non avevo altro modo per dirlo, se non questo. Finalmente l’ho trovato”.

E proprio su quelle stesse righe, su quelle stesse parole, il lettore sposta il suo sguardo dal libro e sente  profondamente un pensiero che sussurra “è così, è proprio così. Ho trovato finalmente le parole per dirlo.”

Questo è il preciso momento in cui lo scrittore e il lettore si incontrano.

Un incontro intimo, sincero, atteso, sperato o inimmaginato e quella solitudine che ci portiamo dentro rispetto ai nostri vissuti e alle nostre emozioni svanisce.

Perché quando sentiamo forte, ci sentiamo sempre un po’ soli.

Ma, in quel preciso istante, per quanto breve e fugace sia, questa sensazione ci abbandona: sappiamo improvvisamente che, da qualche parte nel mondo, c’è qualcuno che sente come noi. Non è più stupido o banale ciò che proviamo. La vicinanza emotiva ci dà fiducia e significato. Usciamo dal piccolo cerchio della nostra vita ed entriamo in uno più grande: è il luogo dell’incontro con l’altro.  E troviamo un significato più ampio che non si esaurisce con la nostra individualità.

Ecco io credo, caro professor Bauman, perché è con il tuo cognome che ti ho studiato, che io e te ci siamo incontrati.

Mi hai fatto sentire meno sola in un mondo liquido e dispersivo e confusionario.

Mi hai rassicurato e mi rassicuri con le tue parole e il tuo pensiero.

Mi fai sentire meno insicura e titubante verso queste scienze umane a cui mi sto dedicando fortemente e ciecamente. Una cecità che però talvolta è rappresentata non da una fiducia in un destino che mi porto dentro e delineo con le mie scelte, bensì da un profondo buio causato da una grande sfiducia nei confronti delle medesime scelte prese in un mondo che, con la mia stessa intensità, sta cercando di sostituire o peggio ancora di razionalizzare e ridurre a mere formule scientifiche queste meravigliose discipline.

Tu mi ricordi che ho scelto quello che faccio per la meraviglia e lo stupore che ogni giorno riesco ancora a provare davanti ad una persona e ad un bambino e a quella, questa scintilla che, nonostante tutto, non si spegne mai. Ce la portiamo dentro noi uomini nel bene e nel male.

Tu mi ricordi che faccio questo lavoro perché è il lavoro più bello del mondo, inesauribile e affascinante, lacerante e sincero, personale e sociale.  Ma soprattutto che la mia storia assume un significato più grande: trasformo le mie ombre in luce e illumino le vite degli altri.

Io per questo e per l’opera d’arte che hai reso la tua vita con il tuo coraggio e la tua forza di esprimere un pensiero nuovo, diverso, arguto, sensibile e provocatorio ti ringrazio di cuore.

“La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida.”

-Zygmunt Bauman da L’arte della vita (trad. it, Bari, 2009)